Volare si Può, Sognare si Deve!

La nutrice di Francesco Simula

“Rita, figlia mia, guarda che cosa mi sta capitando: non riesco a dar da mangiare, col cucchiaio, a tuo figlio, mio diletto nipotino. Mi trema la mano e mi cade il cibo dal cucchiaio. Che cosa strana! Che cosa mi sta succedendo?”

“Mamma, è da un po’ di tempo che ti osservo; anche io ho notato che non solo ti trema la mano ma ti trema anche il collo. Secondo me occorre che ti sottoponga quanto prima a una visita specialistica”.

Questa è stata l’esplosione del male che oggi mi aggredisce e tormenta nell’intera persona e a tratti mi costringe a muovermi con le stampelle.

A un certo punto della mia vita ho scoperto traumaticamente che non ero più la nonna di sempre, la mamma di sempre, la donna di sempre.

Ero, però, ancora giovane. La mia vita non poteva finire lì, scossa da quei tremori terribili che affliggono il corpo e lo spirito sino a prostrarti in maniera defatigante e talvolta umiliante. E allora è iniziata -come per tutti i sofferenti di P. – una guerra di “resistenza” a tutto campo che non finirà mai, che si riproporrà tutti i giorni con sempre nuove tattiche e rinnovati assalti e contromisure.

A questo punto scopro il teatro. Come possibile opportunità per arginare le difficoltà attraverso la riconquista quotidiana dei movimenti storpiati dal male, della memoria, della parola, dei gesti. E nel teatro ritrovo una mia nuova dimensione.

Intanto qualcuno mi osserva, mi studia, mi fotografa, mi rappresenta.

                              *********************************

Un bellissimo caschetto di capelli biondi, la recitazione garbata e diligente,la raffinata eleganza del portamento, l’accuratezza della persona,  come coraggiosa reazione e rivendicazione di vitalità contro la malattia, non lasciano minimamente intravvedere le insidie che – a scadenze crudeli- il male le tende quando la costringe a usare le stampelle perchè la camminata diventa incerta, traballante, insicura e rischia di farla cadere rovinosamente da un momento all’altro. Pronuncia le sue battute con dolcezza cui -in qualche momento di crisi- si sovrappone un’interferenza, un black out, come generati da un improvviso temporale.

Poi riprende la sua recitazione con la grazia di sempre e con tono dolce e suadente sussurra:”Giulietta, agnellina mia, andiamo che è l’ora”.

Nel mio giardino un merlo diffonde tutt’intorno un dolcissimo canto in perfetta armonia con la recitazione di Adelaide.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Close