Volare si Può, Sognare si Deve!

Autore archivio: assoparkss

I mestieri scomparsi: le lavandaie – testi di Egle Farris

Andavano, meglio scendevano, scendevano per quello stradone polveroso di bianco.   Vidi correre diverse persone urlanti e poco dopo apparve una poveretta bagnata per intero di acqua e sangue. Dalle concitate parole ed urla, io piccola, capii che il fattaccio era avvenuto al lavatoio. La  protettrice delle donne, santa lavatrice, era di là da venire, tanti , troppi anni dopo, assieme ai primi detersivi in fustino, che venivano pubblicizzati due per uno, se acquistavi la marca migliore.                                                                                                         

Perchè allora un consistente numero di case non aveva neppure acqua corrente e ripenso così alla fatica delle nonne o bisnonne e non mi spiego come potessero , anche in pieno inverno , quegli inverni ! , fare tutto ciò. Lavoro pesantissimo , cenere bianca e saponi autarchici , derivati da soda e tutto il grasso animale che riuscivano a racimolare , bollendo l’ impasto nella strada in un infernale calderone , spandendo acri e maleodoranti afrori. Alternativa non ne esisteva .  Venivano giù, contratte per il peso, per quello stradone. Si ritrovavano la mattina presto , con vecchie e cigolanti carriole le lavandaie di professione,  cariche di panni, e “lamoni ” di latta zingata  quelle che accudivano la propria famiglia,  un incedere elegante e spavaldo che avrebbe fatto invidia a Naomi Campbell , dato da anni di  ceste tenute in bilico sul capo da un cercine e dalle mani a coppa sui fianchi.   Calzerotti di lana grezza , scendevano e , sotto le cannelle , si lavava , stropicciava, sciacquava , sciorinava , con le mani rosse di geloni grandi come noci e artritiche e che  a trenta  anni erano già intorcinate come fil di ferro arrugginito, dimenticato per sempre quell’andare   giovanile ed audace, spavaldo e baldanzoso ,intrepido e tosto. E con lo sporco si scaricavano tensioni ,malumori e rancori di una vita difficile. Luoghi di chiacchiere ,aggregazione,gossip ,pettegolezzi e ogni scusa era buona per litigare e far scorrere il sangue . Le notizie si diffondevano nei e dai lavatoi, centri sociali della comunicazione di allora  (face-book ante-litteram ?) . E quando il tempo migliorava era forse più facile ridere ,cicalare, e cantare a voce spiegata  mentre si stendevano al sole i bianchi panni . D’altronde. chi mai avrebbero disturbato, povere donne?    Ma si sbrigassero , si affrettassero con i canti e i cori e le risate e le ciance, parevano mormorare i lunghi , affusolati cipressi appena smossi dal vento leggero  , che  sussurravano e bisbigliavano che Il tempo , velocemente e  senza  aspettare nessuno, se ne va,   perchè il lavatoio ,  come  inganno  finale , si trovava all’estrema periferia  del paese , giù giù in fondo , dietro la curva , proprio di fronte   a quei cipressi che ,silenziosamente , come fantasmi leggeri , proteggevano il cimitero…….

Una signora col rossetto

Egle Farris

Le botteghe svanite nel tempo – testo di Egle Farris

Noi non avevamo i banchi con le rotelle e la Dad ,la distanza veniva  sottomessa alle eterne e serrate ‘in fila per due’  e guai ad uscirne anche con un solo piede…..

I centri commerciali che avrebbero esposto il materiale scolastico , con grande felicità degli alunni, già dal primo agosto , dovevano ancora aspettare. In attesa dell’ingresso in classe al suono della campanella , guardavamo quella lettera “O”  di SCUOLA, molto più grande delle altre ,di puro stampo fascista e che ancora campeggia sui cancelli e mai abbiamo capito perché lo fosse ,così  grande.

Tutti gli alunni la chiamavamo così ,da Priulla , quella stanzetta-cartoleria col pavimento ad esagoni neri e grigi ,  immersa eternamente   al buio  in via  E. Costa , che era la meta di quasi tutti gli studenti dell’ appena nato  rione di S.Giuseppe  e che aveva anche una parte riservata alle mercerie e biancheria personale ,che veniva confidenzialmente esposta solo dietro precisa richiesta delle signore . Non si sa mai provocasse pensieri poco edificanti in bambini da elementari . Una vetrina alta e stretta che non cambiava mai , con tristissimi ,funerei grembiuli neri coi fiocchi celesti per i maschi e rosa per le femmine e le striscioline per segnare coi numeri romani la classe che si frequentava . Reggipetti  (allora si chiamavano così) e slip erano severamente banditi .  E una volta varcata la soglia entravi in quelli che oggi ci paiono tempi presi dalle maestrine con la penna rossa e piccoli scrivani fiorentini  e trovavi un bancone ad elle e altissimi scaffali ,mensole e ripiani di legno usurati dal tempo , che contenevano usatissime scatole di ogni tipo piene di carte ingiallite  e buste  color arancio e cartine mute , perchè ,allora ,la geografia si studiava così  ( e Google maps protettore degli alunni che proprio non la vogliono studiare, la  geografia ,era di là da venire), gomme rosse-blu , pennini “gobbino” e “lancetta” , la Coccoina dal profumo di mandorle amare, boccette di china ,cose semplici ed essenziali per scrivere e trascrivere . E due persone che facevano parte  di quel mondo ,tutto e per sempre il loro mondo ,le Priulla , da sempre vecchie ,da sempre secche come chiodi  che indovinavano cosa ti occorreva ,magari i quaderni che avevano la copertina nera con sottilissimi nidi d’ape ed il  taglio rosso .   La carta assorbente era un grande tampone  e l’astuccio di un legno, che ci volevano infinite passate di sapone marsiglia per farne  scorrere  il coperchio graduato e che conteneva penne e lucidi pennini dorati ,sempre macchiato di ditate d’inchiostro .                  I pastelli erano solo  Giotto e  Presbitero  .  Ma quello che dovevamo avere per forza erano i  famigerati “fogli protocollo ” , agghiacciante  terrore di ogni studente  , associati , per il resto dell’esistenza , ai terribili compiti in classe  con gli infausti voti, tracciati da implacabili matite rosso-blu . Le novità erano la gomma pane ,la stilografica con la quale ingaggiavamo lotte estenuanti  e che subì a lungo l’ostracismo di inflessibili insegnanti , le copertine colorate dei quaderni e più tardi i pennarelli……

Ma c’era una cosa che distingueva questo piccolo , oscuro negozietto . L’odore .  Era l’odore consolatorio della carta povera   ,di origine genuina e naturale ,tutte quelle buste e fogli  che facevano immaginare  carteggi lontani e  sentimenti amorosi,  quell’odore che sarebbe stato ben presto soppiantato dalle biro e  dalle gomme colorate  e olenti  aromi artificiali  e , ahimè , da  carte che emanano solamente  acuti  e malvagi effluvi  chimici …….   

Una signora col rossetto

Egle Farris                                                                                                         

Dopo circa 120 anni , il negozio ha cessato l’attività ,condotta da persone che si sono  succedute negli anni ,mantenendo sempre lo stesso stile iniziale .                                                                         

Elenia – La fisioterapia – Il Parkinson Testo di Franco Simula

 


Elenia, attuale docente di fisioterapia, prevalentemente on-line, ci chiede di sapere che cosa ci aspettiamo da questo tipo di esercitazione soprattutto in relazione al fatto che chi ne usufruisce è colpito dalla malattia di Parkinson.
Il fine ottimale che vorremmo poter conseguire sarebbe la guarigione dalla malattia condizione sino ad oggi impossibile da ottenere La ricerca in campo neurologico sta facendo dei progressi impensabili sino a qualche mese fa, ma la soluzione approssimativa o definitiva ancora non esiste, siamo ancora alle cure sintomatiche che arginano, rallentano ma non risolvono. Che cosa è capitato a noi ammalati di Parkinson? E’ capitato che un bel giorno ci è stata diagnosticata la malattia ma i sintomi non erano molto evidenti: il tremore era leggero, lo squilibrio e la rigidità dei movimenti solo accennati e saltuari, i segnali di freezing solo episodici, le distonie non frequenti e di breve durata. In questo modo la malattia è andata avanti per anni senza segnalare all’ammalato concreti evidenti e repentini aggravamenti. La metabolizzazione del male è avvenuta per piccole dosi evidentemente ancora sopportabili dall’organismo già ammalato. Ma quando poi, accade un evento eccezionale come la pandemia del 2019, allora anche la malattia precipita in caduta libera. La mancanza di rapporti sociali consolidati, la scarsità di movimento, il conseguente aumento di peso corporeo, inducono a “dimenticare” le cose acquisite di recente. Insomma un tracollo da guerra mondiale guerreggiata con le armi; con la differenza che per le strade non ci sono macerie ma di morti ce ne sono milioni. Oggi con la fisioterapia, dobbiamo cercare di recuperare tutto o almeno una parte del patrimonio che abbiamo perduto: lentamente e con sofferenza. Dobbiamo riequilibrarci. Dobbiamo riabilitarci. Dobbiamo riacquistare gli automatismi perduti.

Franco Simula


 

Il sogno di Anto Park

Dal mio forziere segreto

del quale solo io ho la chiave,

dove la mia mente

va a cercare conforto

nei momenti bui,

dove sono nascosti i più bei

ricordi, oggi prendo il mio

vestito da Peter Pan, verrà

a trovarmi mio nipotino Elias.

Credo che saliremo

ancora una volta

sull’olandese volante…

Buon sabato amici miei

Anto  Park

1943 Gli sfollati (continuazione) testo di Franco Simula

Durante la seconda guerra mondiale, il 1943 fu un anno cruciale: i fatti bellici avevano assunto una svolta diversa, più aggressiva e cruenta tendente a una soluzione finale.    Dopo la sconfitta dei tedeschi nella battaglia del deserto a  El Alamen, dopo l’umiliante  ritirata patita nella Campagna di Russia da Italiani e tedeschi, gli alleati anglo-americani  diedero inizio  a  una campagna di bombardamenti così intensi che  gli abitanti delle città cominciarono a preoccuparsi seriamente per la propria incolumità. Cagliari,Porto Torres Alghero Sassari furono bombardate.

   A Sassari fra il 13 e 14 maggio venne colpita la stazione ferroviaria con una bomba  che fece crollare un ponte che franò addosso a un gruppo di ferrovieri in cerca di rifugio: uno di essi rimase schiacciato .si trattava del ferroviere Giovanni Toccu, padre di Franco Toccu , suocero di Rosalba Mura. Aveva 43 anni, era padre di 5 figli.

   La famiglia Mura, come tante altre a Sassari, cercò di superare la paura sperimentando come soluzione alternativa  lo sfollamento fuori città  nelle campagne di Baddimanna dove  furono  adattate ad abitazioni provvisorie  alcune grotticelle  opportunamente ristrutturate da sfollati che di professione facevano i muratori o i carpentieri.  Si poteva, in tal modo, affrontare alla meno peggio, qualche settimana di “campeggio di guerra” con amici anche se con un po’ di angoscia nel cuore.

Nelle stesse giornate del bombardamento a Sassari il Comando Militare, tempestivamente informato, aveva provveduto a dislocare,  qua e là, in punti strategici del circondario,  alcuni manipoli  militari di specialisti mitraglieri col compito   di creare azione di disturbo agli aerei che volavano a bassa quota carichi di bombe.   Una di queste postazioni era stata dislocata  a Ittiri su una collinetta, chiamata “Runaghedu” (piccolo nuraghe) poco lontano dalla periferia del paese e dalla strada che da Ittiri porta a Sassari.  Un giorno di metà maggio, nella tarda mattinata, le sirene avevano squillato più a lungo del solito e  anche noi bambini avevamo notato questa circostanza eccezionale: ci sentivamo particolarmente eccitati.

Io e mio fratello maggiore Peppino (che allora aveva 10 anni e io 7) ci trovammo, insieme, per strada , verso la periferia del paese, in un punto inusuale rispetto agli spazi normalmente frequentati. Per strada trovammo altri ragazzi, anch’essi eccitati, che istintivamente, camminando e saltellando, si indirizzavano verso la parte alta del paese.  In pochi minuti ci ritrovammo alle falde della collinetta incoscientemente a contatto con la guerra vera. L’eccitazione aumentava anche perché qualcuno dei militari che aveva individuato questa torma di ragazzini ci aveva severamente ammonito a non avvicinarci a quella che era una zona di guerra .  Intanto, apprendemmo più tardi, che i nostri  genitori in preda a un’angoscia mortale, ci cercavano presso tutti i parenti e nelle più probabili vicinanze. Qualcuno di noi cercò  inutilmente di guadagnare la vetta della collinetta, perché. i tentativi  furono bruscamente interrotti dai militari che ci respinsero a qualche decina di metri.  Rimanemmo lì una mezz’ora e  ogni tanto sentivamo un crepitar di mitraglie ma nessuno di noi potè soddisfare la curiosità di assistere alla guerra dal vivo.  Superato il momento di eccitazione cominciammo a sentire lo stimolo della fame dato che non ci eravamo accorti che era stata abbondantemente superata l’ora del pranzo.

  Naturalmente il rientro a casa non fu dei più tranquilli e Peppino che era il fratello maggiore dovette sorbirsi la sgridata più severa.

Ho voluto far conoscere questo  episodio “minimo” di guerra oggi 18 dicembre che coincide con la data di nascita di mio fratello Peppino che avrebbe compiuto 88 anni

Su carrareddu de sos copiolos traduzione di Franco Simula



Est Nadale. Tra basos, cori cori
e duru duru, los giogat in coa
bisende pro sos fizos vida noa
in brajeri cun fogu mori mori.

“Occannu sa Befana ismemoriada
s'appentu che lu 'attit de abberu?”
preguntana a su babbu in disiperu
ch'est da-e tempus chene zoronada.

Lis fattesit, pro donu de Nadale,
su carrareddu, cun boes de cau
de triguindia, in corros de giau
bellos e allorados a giuale.

Pariat beru. Atteros appentos
non tenian; a muccu fala-fala
e manizende cucciare pro pala
lu garrigan de sonnios, cuntentos.

Anghelos in bestire istrazzuladu
sos copiolos giogan in carrela:
unu mossu peromine de mela,
unu mossu de pane intostigadu.

Unu riccu fedale chi fit usu
d'haer tottu, inganadu, s'imbarat:
-Sa dondoletta elettrica -lis narat-
bos do pro cussu carru e, in piusu,

sa perra manna d'unu panettone!-
Non resessit a los imboligare
su segnorinu. Sighende a giogare
e mossighende su tostu cogone:

-No mai! -li riponden, carignende
cuddu poveru appentu cun amore-
Nde devimus carrare su laore
chi babbu a sos padronos est zappende!-

Giuliano Biglianu Branca
Il carrettino dei gemelli

E' Natale. Tra baci, carezze
e duru-duru, li trastulla in grembo
sognando per i figli nuova vita
sul braciere col fuoco quasi spento.

“Quest'anno la Befana smemorata
ce lo porterà davvero un giocattolo?”
chiedono al padre intristito
perché da molto è disoccupato.

A loro costruì, per dono di Natale,
un carro a buoi con pannocchie
di granturco, con due chiodi per corna
belli e aggiogati con funi.

Sembravano veri. Non avevano
altri giochi, col moccio che colava,
maneggiando un cucchiaio come pala
contenti, lo carican di sogni.

I gemelli giocano in strada,
come angeli col vestito stracciato,
un morso di mela per ciascuno,
e poi un morso di pane indurito.

Un coetaneo, ricco, abituato
ad aver tutto, incuriosito, si ferma:
-Una dondoletta elettrica- gli dice
- Vi dò, in cambio del carretto, e in più,-

- metà di un panettone!-
Ma non riesce a convincerli
il signorino. Continuando a giocare
e sempre morsicando pane duro:

-No, mai!- gli rispondon carezzando
il povero giocattol con amore.
-Dobbiamo trasportare i frutti
che babbo sta zappando pei padroni!-

Traduzione di Franco Simula

Natale 2021

Dato che siamo ormai in piena atmosfera natalizia  ho voluto proporre la lettura di questa intensa e commovente poesia in lingua sardo-logudorese di Giuliano Branca (Biglianu) poeta sennorese nato nel 1919 e scomparso nel 2002.    Era nato tetraplegico, visse la vita in carrozzella  e da questa cattedra di sofferenza e solitudine ha saputo impartire, con umiltà, lezioni di umanità, di amore e di cultura diventando un gigante della poesia sarda degli anni80/90. Ha vinto numerosi premi di poesia sarda. La sua opera più significativa s’intitola “Caminende cun sa rughe”

1943 Gli Sfollati di Franco Simula


Il 2 settembre 1939 Hitler invade la Polonia.

Il 9 settembre Francia e Inghilterra dichiarano guerra alla Germania: è l’inizio della seconda guerra mondiale L’Italia, al momento, dichiara lo stato di non belligeranza. Nel mese di maggio del 1940, Hitler occupa la Danimarca e la Norvegia e poco dopo, nell’ordine, l’Olanda il Belgio e il Lussemburgo. Mussolini constatando l’azione travolgente di Hitler ma soprattutto temendo di non poter sedere al tavolo dei vincitori, dichiara guerra alla Francia e all’Inghilterra mentre le truppe tedesche entrano a Parigi.

Il 27 settembre 1940 viene stipulato un patto di alleanza fra Germania, Italia e Giappone. Nel novembre del 1940 fallisce il tentativo della Germania di invadere l’Inghilterra. Poco dopo Hitler decide lo sterminio totale degli ebrei residenti in territori tedeschi. Mediante un piano definito “soluzione finale” inizia l’uccisione sistematica di milioni di ebrei rinchiusi nei campi di sterminio nazisti.

Il 22 giugno 1941 la Germania aggredisce l’unione Sovietica; a questa operazione partecipano anche l’Italia, la Romania, l’Ungheria, La Slovacchia e la Finlandia: l’esercito sovietico oppone una eroica resistenza e impedisce l’occupazione di Mosca, Stalingrado e Leningrado.

12 Luglio 1941: stipula dell’alleanza russo-inglese.

12 Agosto 1941.Roosevelt e Churchill firmano la “Carta Atlantica” di alleanza.

7 Dicembre 1941: senza dichiarazione di guerra l’aviazione giapponese bombarda la Flotta americana e la distrugge quasi completamente. Il giorno seguente gli Stati Uniti dichiarano guerra al Giappone.

1 Gennaio 1942. I rappresentanti di 26 nazioni sottoscrivono a Washington la Dichiarazione delle Nazioni Unite con cui si impegnano a portar guerra a Italia, Germania e Giappone.

Nel novembre del 1942 si risolve la campagna d’Africa con la vittoria degli inglesi sui tedeschi a el-Alamein.

1943: il 2 febbraio l’armata tedesca si arrende a Stalingrado:

1943 : il 10 Luglio le truppe Alleate (americane, inglesi, canadesi sbarcano in Sicilia. Inizia per l’Italia uno dei momenti più tragici della sua storia civile e militare. Le truppe alleate cominciano a bombardare a tappeto l’Italia che l’8 settembre è costretta a firmare un armistizio.

1943: dopo la riunione del Gran Consiglio il 25 Luglio Mussolini viene arrestato e in Italia si forma il governo Badoglio.

L’8 settembre 1943 Badoglio annuncia l’armistizio dell’Italia con gli Alleati. Il Re Vitt. Em III e il Governo fuggono a Brindisi nell’Italia Meridionale liberata dagli Alleati.

Il 10 settembre i tedeschi occupano Roma e l’Italia Settentrionale.

Gli Alleati, sbarcati in Sicilia, iniziano la “Campagna d’Italia” avviando una serie di bombardamenti a tappeto; non viene risparmiata neanche la Sardegna: Cagliari, Sassari Alghero subiscono gravi perdite di persone e abitazioni. Le popolazioni sentono concretamente minacciate le loro esistenze e cominciano a pensare a delle condizioni di vita alternative, meno esposte. Dalle città si pensa a rifugiarsi nei paesi più piccoli, dai piccoli centri si pensa a un rifugio più sicuro nelle campagne.

Anche a casa mia la paura si impadronisce degli animi e si comincia a pensare a un possibile trasferimento in campagna. Era una possibile realistica soluzione dal momento che nonno possedeva una campagna bella e anche grande ( circa 15 ettari ), come grande era la casa che avrebbe dovuto ospitare anche la nostra numerosa famiglia.

Era il mese di maggio la stagione era quindi propizia per andare a rifugiarsi in campagna nella speranza che la vegetazione rigogliosa della primavera aiutasse meglio a mimetizzarsi sotto le fronde degli alberi e inoltre era ormai arrivato il periodo delle ciliegie. Si decise di fare una riunione familiare presieduta da nonno Fadda che, per la sua famiglia composta di persone adulte, aveva rinunciato a un trasferimento in campagna.. La casa di campagna era composta da un piano seminterrato che ospitava due mucche che fornivano il latte per la famiglia, e di due ambienti a piano terra. La stanza che comunicava con l’esterno era la più ampia e accogliente ed era quella in cui sarebbero state ordinate alcune balle di foraggio in modo da ottenere un grande letto che potesse ospitare tutta la famiglia.

La famiglia in quel momento storico era composta da padre madre e sei figli. Per completezza di notizia è corretto ricordare che nei primi dieci anni di matrimonio mamma aveva avuto sette figli l’unica che mancava all’appello era una sorellina che era morta di gastroenterite acuta a poco più di un anno di età. Sempre nella riunione familiare nonno Fadda che conosceva a menadito la campagna si preoccupò di ricordarci che a cento metri dalla casa campestre c’era una fontana, anzi la fontana, l’unica fontana che riusciva a soddisfare le arsure dell’estate e le più elementari esigenze dei tanti campagnoli che avevano le campagne confinanti con “Chereno”. Assieme ai miei genitori formarono un elenco delle cose indispensabili da portare per affrontare il periodo che avremmo trascorso al riparo dalle bombe. Un bel giorno di maggio effettuammo il trasferimento a Chereno: l’operazione non fu né semplice né priva di pericoli dal momento che ci si doveva spostare in otto più nonno che, a cavallo , doveva guidare la brigata babbo, mamma e sei figli il più piccolo dei quali era Mario che da qualche giorno aveva compiuto appena sette mesi e quindi doveva essere portato in braccio da qualcuno, anche Tonino di un anno più grande aveva necessità di essere badato da qualcuno; il compito di badare ai figli più grandicelli fu affidato naturalmente a babbo. Il viaggio doveva esser fatto a piedi e anche se la distanza non era eccessiva la strada, a tratti, non era molto agevole. Meno male che si poteva fare affidamento sulla cavalla di nonno che avrebbe trasportato mamma con Mario. La cavalla era la stessa che due anni prima, mentre Vanna e Maria giocherellavano con la sua lunga coda, aveva sferrato una zoccolata sulla testa di Maria che cominciò a perdere così tanto sangue che Vanna ed io, piccolini (avremo avuto rispettivamente tre e quattro anni) e spaventati per lo spettacolo impressionante, disperati e piangendo andammo alla ricerca di qualcuno che facesse intervenire un medico. In brevissimo tempo Maria fu affidata alle cure del dott. Francesco Nieddu (cugino di Peppe) che, dopo varie cuciture sul cuoio capelluto alquanto lacerato, ci restituì Maria con la testa tutta fasciata: solo gli occhi erano rimasti liberi.

Ancora oggi, dopo circa 80 anni, Maria può mostrare, ben conservato sotto i capelli, il marchio nitido della zoccolata del cavallo. Che nel trasferimento in campagna sarà ancora protagonista; infatti nel trasferimento nonno guidava il cavallo e mamma era seduta sulla groppa con Mario aggrappato a Lei. Sembrava una di quei dipinti natalizi del rinascimento che rappresentano San Giuseppe con la Madonna e il Bambino. Babbo si occupava di badare agli altri cinque figli che erano già un gran daffare.

Arrivati finalmente in campagna occorreva sistemare le provviste essenziali, preparare il letto con delle lenzuola adeguate che impedissero le punture del fieno e l’invasione di fastidiosi insetti.

Da considerare innanzitutto che i nostri genitori si erano portati al seguito sei figli da gestire il più grande dei quali, Peppino, aveva appena dieci anni; gli altri, a scalare, erano tutti più piccoli, sino a Mario che doveva compiere otto mesi. Per quanto tempo sarebbe durato questo sfollamento in condizioni di così profondo disagio rappresentato dalla mancanza di tutto ciò che offre una casa anche modestamente attrezzata? I genitori che erano stati i primi ad abbracciare l’idea del trasferimento in campagna come alternativa alle bombe furono anche i primi a rendersi conto che la vita in campagna era comunque difficile.

La notte caratterizzata da una serie di novità passò come un divertimento rappresentato dal letto originale, dalla stanchezza del viaggio e dal divertimento del pomeriggio trascorso ad esplorare un mondo completamente diverso dal solito, dal pensiero anch’esso suggestivo che al mattino seguente avremmo fatto colazione col latte munto alle due mucche “Peppita” e “Corredda” che si trovavano sotto di noi nella stalla seminterrata. E infatti l’indomani per la colazione trovammo il latte delle mucche che il pastore, all’alba, si era preoccupato di mungere. Tutte queste novità di vita, inserite tutte insieme dalla sera alla mattina, erano per noi piccoli motivo di divertimento imprevedibile e di scoperte eccitanti.

Dello stesso parere non erano i nostri genitori che dopo due/tre giorni di vita in campagna realizzarono che i sacrifici e i disagi che la nuova vita comportava erano sproporzionati rispetto ai vantaggi presunti che garantiva. La decisione opposta a quella adottata qualche giorno prima non tardò ad arrivare e riunite le poche cose che ci eravamo portati appresso riprendemmo la via del ritorno. In effetti accudire a tanti figli, alcuni dei quali molto piccoli, creava delle difficoltà insuperabili.

A questo punto, soprattutto da parte di mia madre, venne messa in atto quella pratica di fede che trovava conferma nella formula ripetuta nei momenti di difficoltà:”Ci penserà la Provvidenza”.

“Se la sirena annuncerà nuovi passaggi di aerei andremo a rifugiarci in cantina sperando nella buona sorte”.

Franco Simula 3-12-2021


Le botteghe di Sassari svanite nel tempo – testo di Egle Farris

 

Potevamo solo guardarle ,noi  squattrinate liceali dei primi anni ’60 .

Le vetrine di Bonino erano specchietti per le classiche allodole ,ma noi eravamo sempre senza un quattrino. Eleganti ,fashion come oggi si direbbe, ma per  noi proibite quelle grandi marche, causa il prezzo non abbordabile . Guardavamo bene e dopo  si scendeva  al Corso, più o meno a metà, sulla sinistra,  dove un’insegna sbiadita  e polverosa  riportava  “Sanitas” e al dissotto “Profumeria”, sicuramente con i prezzi più alla nostra portata.  Tutto potevi immaginare fosse, tranne una profumeria, o almeno una profumeria non sedotta dalle mode del momento.  Forse questo nome, profumeria, evoca, di allora,  distinte signore col colletto di volpe, le zampine e gli occhietti di vetro finto-rossi, sul paltò rivoltato o forse un’essenza mai scordata come ” La violetta di Parma” o la   cipria Coty.                                                                                              

Ma è un errore. Già prima di entrare, le due vetrine laterali rigorosamente di legno stinto, ti attiravano come un quadro di Picasso in un museo: non capivi niente ! Tutto ,scatole ,barattoli ,tubetti, boccette, piumini, collane, bottiglie erano disposti in un disordine che pareva casuale, ma c’erano voluti invece anni ed anni per completarlo. Ed entravi nell’incrocio fra l’antro di Mago Merlino, luogo buio e avvolgente, e gli scaffali, dove il disordine era impilato con metodo, e l’accogliente profumo cipriato dell’eau. M. Farina, inconfondibile.   Un proprietario senza età, azzimato e cortese e sua moglie , un foulard perennemente in testa, entrambi secchi come zolfanelli spenti , uscivano dal retro , che immaginavi pieno di storte ed alambicchi senza ordine e capo e dai quali , per magia o per inganno , fuoriuscivano liquidi di ogni colore  ed impalpabili ciprie , create da gnomi.  E quando chiedevi un prodotto , convinta che comunque quelle due figure  venute e rimaste lì da un altro tempo, non lo avrebbero trovato in quel bailamme, ecco che ti veniva immantinente  servito e prontamente incartato, mentre tu annusavi quegli aromi. E poi, in primo piano, una scatola ricoperta di carta dorata , che riportava un elegante  pin-up  maggiorata e un ghirigoro . “Volumizzate  il  vostro seno in modo semplice e veloce “.  Era il via per noi tutte, figurarsi …..a quel prezzo!!! E te ne andavi convinta di aver comprato arsenico e vecchi merletti, si, ma non giungevi mai ad immaginare, come fecero due  delle mie amiche, che la crema che ti eri accaparrata per  volumizzare le tette, loro, le piccole ingrate tette, invece, non avrebbero messo su nemmeno un ette.  In compenso però, ti sarebbero venuti due capezzoli lunghi lunghi …….lunghi  almeno tre centimetri……   

Una signora col rossetto  ( ormai poco).

Egle Farris

Impercettibile silenzio – Testo di Egle Farris


Quando i vecchi si affidano al tempo, ormai sfinito come loro.

Quando i confini del tempo sono ormai chiusi.

Quando il tempo sta per finire e la noia assale.

Quando il suo volto si accendeva  ad un accenno di saluto.

Quando raccontava storie infinite nel tramonto.

Quando si andava in campagne assolate e  si sentivano i passi sfiorare la terra.

Quando le stagioni erano passate troppo in fretta.

Quando  solo il vento e le stinte foto ci rammentano che non si sa se ci sarà un inavvertibile domani.

Quando adesso le stelle ci sembrano più spente e il cielo meno brillante.

Ma forse , solo forse , è  il ricordo di un tempo ormai silente che non esiste più.

Una signora col rossetto 

Egle Farris