Volare si Può, Sognare si Deve!

Una lezione di vita di Nicoletta Onida

– Non tutti i casi sono uguali – disse il neurologo, cercando di tranquillizzarmi, nel vedermi scoraggiata. Nella sala d’aspetto mi era, più volte, capitato d’ incontrare pazienti con difficoltà ma, quella mattina, mi ero trovata accanto una giovane donna con problemi così pesanti da rimanere turbata. Nonostante fossi consapevole che il mio stato di salute non sarebbe cambiato e quella difficile condizione mi avrebbe accompagnata per sempre, uscii dallo studio medico un po’ rinfrancata. Il neurologo che mi aveva in cura oltre ad essere un professionista serio e preparato, era sempre cordiale e disponibile, ascoltava tutti dimostrando amicizia, infondendo coraggio e fiducia nelle terapie. Quel suo modo di fare così affabile, così umano riusciva a far assumere ai pazienti un atteggiamento positivo, a far nascere la speranza che le cose sarebbero cambiate. La medicina mi diceva, senza perdere l’atteggiamento fiducioso che lo caratterizzava, avrebbe scoperto sicuramente il modo per debellare o, quantomeno, bloccare la malattia. Forse era questa la ragione che mi portava ad evitare di parlare con gli altri dei miei problemi, a cercare, in qualche modo, di nasconderli pur avendo la consapevolezza che, col tempo, erano diventati sempre più evidenti. Così, tra difficoltà di ogni genere, cercavo di vivere le mie giornate uguali a prima che la malattia mi aggredisse. Mi occupavo della casa, mi recavo in banca, alle poste, facevo con calma le mille cose che una volta, quando insegnavo, avevo i figli da seguire e genitori anziani da aiutare facevo sempre di corsa. Sembrava, allora, che il tempo non bastasse a fare tutto ciò che dovevo, necessariamente, fare. A fine giornata ero stanchissima e, talvolta, mi dicevo < questo è .. il logorio della vita moderna..> cercando il conforto nelle parole di un famoso spot televisivo. Già, proprio così, il logorio, lo stress. Dopo la comparsa della malattia, più volte, mi sono chiesta se la causa dei miei problemi si potesse attribuire allo stress, alla fatica fisica e mentale che per anni non avevo potuto tenere a freno. Ora, invece, a frenarmi era la lentezza e, sebbene mi imponessi di non lasciarmi andare curando il mio aspetto e cercando di essere sempre in ordine, mi rendevo conto d’impiegare, in queste operazioni, più tempo del necessario. Nonostante i propositi di essere più veloce, facevo tutto con grande lentezza. Per questo motivo, per esempio, arrivavo al supermercato all’ora di punta. Nella confusione generale, mi dirigevo subito alla ricerca del primo carrello a portata di mano. Quel trabiccolo era la mia ancora di salvezza, il sostegno più valido per la mia insicurezza. Era indispensabile per muovermi tra i banchi con tranquillità, infatti, richiamata dai cartelli colorati che proponevano, anche, l’acquisto del superfluo,mi trattenevo nel grande magazzino più del necessario.
– Ciao, anche tu qui?- Qualche vecchia conoscenza, un lontano parente, un ex collega richiamava, spesso, la mia attenzione. A volte qualcuno si fermava per scambiare quattro chiacchiere o, solamente, per chiedere l’opinione su un prodotto da acquistare. Spesso, però, capitava di sentirmi osservata e, pur senza ricevere alcuna domanda sulla mia salute, provavo un certo disagio sentendomi commiserata, a quel punto, facendo finta di aver fretta mi allontanavo dopo aver salutato cordialmente Quel disagio era causato da una mia sensazione oppure da un’indiscrezione reale, tanto evidente da crearmi imbarazzo? Per questo motivo, forse, presi l’abitudine di trattenere lo sguardo sulla merce esposta evitando, in quel modo, occhi indiscreti. Seguendo la voce di un altoparlante mi incanalavo nelle corsie e, come tutti, mi lasciavo facilmente convincere all’acquisto di alimenti sani come i prodotti freschi della nostra terra.

-Che profumo questi limoni!-

D’istinto mi voltai, poco più in là, due bellissimi occhi azzurri incrociarono il mio sguardo

– Buongiorno professoressa- una giovane donna rivolgendosi a me timidamente mi sorrideva e dopo un attimo :

– Si ricorda di me?-

-..Letizia… sei Letizia?-domandai titubante

– Che bello rivederla e, soprattutto, sentire che ricorda ancora il mio nome!-

– Mi hanno aiutato i tuoi occhi, anche se, allora eri una ragazzina e oggi sei una donna, certo mi ricordo di te –

Mi strinse la mano calorosamente e subito mi raccontò di sé, dei suoi genitori ormai anziani preoccupati per lei che, a trent’anni, non aveva ancora iniziato un percorso autonomo di vita per la mancanza di un lavoro sicuro. Per non pesare sul bilancio familiare si prendeva cura della nonna vecchia e malata che, ogni fine settimana, le dava una piccola ricompensa. Parlò poi dei vecchi compagni di scuola con i quali era ancora in contatto; alcuni erano stati più fortunati di lei.

– Com’ero ingenua allora , credevo che superate le difficoltà scolastiche tutto sarebbe stato più semplice, invece, la vita mi ha presentato problemi più difficili, preoccupazioni più serie!-

Subito dopo ritrovando, insieme alla fiducia il sorriso iniziale, aggiunse:

 – Voglio essere ottimista, non bisogna arrendersi mai – e, dopo avermi abbracciata con particolare affettuosità, si allontanò confondendosi fra la gente. Commossa la seguii con lo sguardo finché non scomparve. Dopo aver inutilmente tentato di sentirne il profumo, con la mano traballante, infilai nella busta alcuni limoni.

Quella giovane donna, inconsapevolmente, mi aveva dato una lezione di vita.

 “ Non bisogna arrendersi mai “ .

Tornai casa pensando a quell’incontro, alla gioia di vivere di Letizia e la mia mente corse indietro nel tempo, alla mia giovinezza spensierata, ai miei compagni di scuola, ai sogni fantastici che speravo di riuscire a realizzare. Ripensai ai giorni felici delle vacanze nel piccolo paese dov’ero nata, alla vita semplice e dignitosa della nonna dalla quale ritornavo ogni estate. Rividi in un baleno la sua esile figura e, d’un tratto, nelle sue mani tremanti, nei suoi movimenti insicuri, nei suoi gesti ripetuti vidi me stessa.

                                                                                 Nicoletta Onida

1 Commento

  1. kaipaulus

    Una lezione di vita per tutti noi.
    Racconto struggente ma allo stesso tempo molto delicato e sensibile.

    Rispondi

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