Volare si Può, Sognare si Deve!

Ricordi di gioventù – di Salvatore Faedda

Oggi (24 novembre 2013) ho fatto settant’anni, il tempo è passato e non me ne sono accorto. A casa mi hanno fatto la festa e, quando mia nipote, fratelli, amici e parenti mi hanno fatto gli auguri, le lacrime sono scese copiose. La notte ho dormito pochissimo pensando a come il tempo è passato velocemente. Ricordo che mamma prima di morire diceva: “da poco eravate ragazzini e adesso siete grandi, sposati e con figli”. Sante parole…che ora condivido pienamente. A tale proposito vi voglio raccontare alcuni episodi della mia gioventù.
Nel millenovecentoquarantasette, dopo la fine della guerra, siamo andati ad abitare in via S. Apollinare di fronte ad Annetta Pidocciu e Tubu Tubu. Lì ho coltivato le mie prime amicizie e, sempre in quel quartiere, ho frequentato le elementari. Finita la quinta elementari, a soli 11 anni, sono andato a lavorare da “Perez” in fondo al Corso Vittorio Emanuele per fare “lu pizzinnu d’andera”.
Per me che ero piccolo, quel lavoro era piuttosto faticoso soprattutto se si considera che ogni giorno, alle sei del mattino, dovevo andare al negozio per togliere le inferriate dalle vetrine e far si che gli abitanti di sorso che arrivavano col primo treno, potessero vedere tutti gli articoli messi in bella mostra.
Solitamente la domenica il principale mi mandavano in giro per il mercato a consegnare volantini pubblicitari. Io, che tanto stupido non ero, andavo sì al mercato, gettavo qualche volantino per terra e, quelli che rimanevano, li portavo a casa per utilizzarli come carta igienica dal momento che all’epoca non esisteva affatto.
In quel posto di lavoro non sono rimasto a lungo. Pensate che una domenica mattina il sig. Perez mi manda a chiamare e mi dice: “vai da Liggieri compra sei frittelle e portale a casa”. Voi cosa avreste capito? Io tutto contento ho comprato le frittelle, le ho portate a casa e le abbiamo mangiate con avidità. Avevamo finito da poco di mangiarle ed ecco che arriva il “principale” tutto agitato e, rivolto a me, mi chiede che fine avevano fatto le frittelle. “Mangiate ce le abbiamo” gli ha detto mio padre “ma scusi lei non ha detto a mio figlio di portarle a casa?” “Si” ha risposto lui “ma a casa mia”. Da quel momento mi ha licenziato senza pagarmi il breve periodo lavorato.
Dopo qualche giorno sono andato a lavorare nel bar di “Cicitu Muntò poi da Usai per imparare il mestiere di sarto ed infine da Ponzeveroni il farmacista per fare le commissioni. Tutti mi hanno usato ma nessuno mi ha pagato.
In quel periodo furono inaugurati i grandi magazzini Upim; quando mamma mi mandava a comprare qualcosa da Mongili o al mercato, passavo gran parte del tempo a curiosare nei vari reparti di quel centro commerciale dimenticandomi di comprare ciò che mi era stato richiesto.
Vicino alla Upim si piazzavano tante bancarelle con i prodotti più disparati!!! Uno in particolare vendeva caramelle nere e le reclamizzava così: “Ameluk Africaorientale plodotti…rinfrescano il c… e rinfrescano la gola”. C’era poi quello che toglieva i calli e quello che faceva la lotteria, insomma…quel mondo per me era un paradiso.
Anche mio fratello, però, non era da meno; un giorno mamma l’ha mandato dal macellaio a comprare un pezzo di lingua per fare lo spezzatino, sapete che cosa ha comprato??? “un vasino da notte” e per giustificarsi ha detto che di lingua non ce n’era e, per non rientrare a mani vuote, aveva comprato quell’oggetto.
Nel frattempo sono entrato a lavorare nella falegnameria Pirino coinvolgendo mio cugino Antonio e mio fratello Giovanni. Una mattina ho mandato mio fratello a comprare due panini imbottiti; due panini imbottiti??? Troppo banale, lui invece è rientrato in stabilimento con un pezzo di gesso di bologna. Arrabbiato gli ho chiesto: “adesso che cosa mangiamo!!!” e lui calmo calmo “perché il gesso non serve?” me lo sarei mangiato vivo.
Vogliamo parlare dei regali di Natale? Ad Antonello, che era il più piccolo dei miei fratelli, insieme a mamma gli mettevamo un cavallo con delle rotelle e veniva trainato per mezzo di un cordoncino. Siccome le ruote si staccavano facilmente dalla base, io le mettevo subito in bocca e con esse potevo fischiare alla grande. A Piero veniva regalata una pistola a cento colpi che quando sparava non scappava nemmeno una mosca. A mia sorella Annalisa una bambola. Quando questa si rompeva mi appropriavo dello strumento che diceva “mamma”, lo mettevo in tasca e, nella sala cinematografica, durante la proiezione di un film, la facevo suonare per far arrabbiare la maschera di turno. A mio fratello Giovanni, che era apprendista meccanico, gli venivano regalate le costruzioni. Io, che sono il più grande dei fratelli, il regalo di natale me lo facevo da me. Puntualmente compravo un’armonica a bocca. Non c’era niente da fare…la musica mi è sempre piaciuta!
A fine anno andavamo di casa in casa per cantare “a li tre re”. La gente ci dava un pugno di fichi secchi e noi andavamo via felici e contenti.
Dopo aver conseguito la licenza media lavoravo tutto il giorno, compreso il sabato, così in tasca avevo sempre qualche spicciolo per me.
All’epoca in via Torre Tonda avevano aperto una pizzeria dove facevano delle ottime pizze. Il proprietario che si chiamava Mimino aveva fatto venire un pizzaiolo napoletano. E così, quasi ogni sera, eravamo di pizzata.
Prima di annoiarvi ancora voglio raccontarvi una cosa che a me piace tanto: tutte le domeniche, dopo aver mangiato, prendevo dodici bicchieri di vetro, ci mettevo del vino e con una forchetta suonavo le canzoni in voga…ma il mio sogno era la fisarmonica.
Quando mio padre entrò a lavorare al comune e mamma non aveva più bisogno dei miei soldi, pur pagandola a rate, me la sono comprata con mia grande soddisfazione.
Poi nel 1960 ho comprato anche un registratore (all’epoca nessuno lo conosceva), e poi la cinepresa e il proiettore.
Certo che i tempi sono cambiati, ma io sono felice di ricordare quelli passati.
Di sicuro vi ho annoiato, ma ho ancora tante cose da raccontare, perciò ora cambio foglio così se vi ho annoiato…voi non leggete più.

Salvatore Faedda

2 Commenti

  1. Franco

    Salvato’, i tuoi racconti di vita di quartiere, spontanei, spigliati, ironici, cionfraioli, si leggono “avidamente” e con piacere come si beve un bicchiere d’acqua fresca in estate

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  2. kaipaulus

    Annoiato? Nient’affatto. A me affascinano queste storie di una Sassari ed un mondo che non c’è più ma che è meglio non dimenticare, non si sa mai. La mia generazione oggi si dispera per molto poco ed invece non sa apprezzare quello che ha. Grazie di cuore, Salvatore, per questi scorci di vita sassarese che fu, semplice, dura, genuina, più vera.

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