Volare si Può, Sognare si Deve!

Profumo di gelsomino di Nicoletta Onida

Era sempre piacevole, emozionante ritornare a casa della nonna, infatti, malgrado la malinconia per la sua assenza, rientrare fra quelle mura, ravvivare i ricordi del tempo passato e risvegliare la nostalgia di una vita semplice e discreta era, per me, confortante. Addentrarsi in quell’ambiente familiare e ritrovare le vecchie cose rimaste al loro posto mi riportava all’infanzia, al ricordo delle persone che vi abitavano ed ai momenti sereni trascorsi insieme. Nei mesi invernali la casa, priva di riscaldamento, era gelida e mi toglieva la volontà di varcare la sua soglia, ma con l’arrivo della primavera, tutto cambiava e, in me si risvegliava il desiderio di spingere la porta per entrare e ridare vita ad ogni cosa. Così, quando il sole iniziava a intiepidire l’aria fredda ed a rendere gli ambienti più luminosi, puntualmente, riproponevo la mia presenza in quell’ambiente silenzioso; era quasi un dovere, una specie di tacito accordo con la nonna, a cui, non potevo venir meno. Timorosa, facevo il giro delle stanze prive di voci e rumori in cui, ora, polvere e tarli erano sovrani; ritrovavo mobili ed oggetti che avevo sempre conosciuto e mi suscitavano commozione. Accarezzavo con le dita incerte le cose che erano appartenute alla nonna: una vecchia macchina da cucire, il legno rugoso di una cassapanca, una cornice con la foto del nonno sul comodino accanto al letto, dove, il suo vecchio libro di preghiere attendeva ancora di essere aperto. Nella parete in fondo al corridoio c’era un pendolo fermo ad un tempo passato e irripetibile. Di fronte, la grande cucina che, ogni volta, risvegliava in me la voglia di famiglia, di calore e di sostegno; era l’angolo quotidiano della nonna, il suo regno, dove lei imponeva compiti differenti agli oggetti che occupavano un posto preciso: dal piccolo macinino, al paiolo di rame, al fornello a carbone. In fondo, dopo un’ arcata, c’era una scala a chiocciola di legno che conduceva a una vecchia polverosa soffitta; lì giacevano da una vita ogni sorta di mobili ed arnesi: sedie zoppe, un secchio di zinco, fiaschi vuoti su una mensola tarlata, ombrelli senza manico, stivali di cuoio, una vecchia valigia semiaperta contenente giornali illustrati e romanzi dalle pagine ingiallite e, in un angolo, uno dentro l’altro, stavano in piedi vasi di terracotta, vicino ad una trappola per topi ormai inservibile. Ogni cosa aveva per la nonna un valore affettivo, ma, all’epoca, non suscitava in me alcun interesse, anzi, quel buio sottotetto mi faceva paura. Soltanto stringendo la sua mano tremante, dopo aver risalito la scala, giungevo con lei nel solaio, ogni sera al tramonto. Spalancata la porticina di legno, accanto ad un armadio sgangherato, accedevamo alla terrazza, chiusa su tre lati da muri ricoperti di rampicanti, mentre la parte anteriore si affacciava con una ringhiera di ferro sui tetti dei vicini; a volte, la nonna scambiava con essi poche parole. Io amavo stare lì con lei che, a causa della malattia, si muoveva a fatica fra i numerosi vasi di coccio, l’aiutavo a prendersi cura delle sue piante portando via rametti e foglie secche, le porgevo il secchio con l’acqua che, perlopiù, cadeva fuori dalle ciotole fiorite a causa del tremore delle sue mani che io fingevo di ignorare. Subito dopo provvedevo, con fare distratto, a bagnare la terra arida di quei vasi. In quei pochi metri quadrati, dentro i vasi, crescevano rigogliose begonie dai boccioli penduli, garofani profumati, ortensie e gerani con fiori rosa e bianchi, sotto i quali, trovavano posto piccoli contenitori di legno con erbe aromatiche. In una vecchia tinozza, un alberello di limoni cresceva coraggiosamente da quando, anni addietro, dei semi buttati lì erano germogliati. A volte la nonna, mettendomi vicino, controllava la differente altezza e in quel modo si accertava della sua crescita. In un angolo a destra c’era, poi, una vecchia vasca di pietra, un tempo usata per lavare i panni, era addossata ad una parete, dove, un rubinetto di ottone ci permetteva di riempire l’annaffiatoio con cui, ogni sera, irroravamo le piante. Da un lato, la vasca conteneva la terra di numerosi vasi andati in pezzi nel corso degli anni e lì, spontaneamente, era cresciuto un gelsomino diventando così alto e rigoglioso da raggiungere, arrampicandosi, quasi il tetto della casa; era l’orgoglio della nonna. Sembrava che esso avvertisse la tenerezza che la vecchia signora provava per i suoi candidi fiori, per il fatto che, trascorreva molto tempo a ridosso della vasca curando con amore i suoi rametti fioriti arrivando, perfino, a parlare con loro. Il gelsomino ricambiava con una generosa fioritura che emanava un profumo intenso e delicato. In un caldo pomeriggio di giugno, un mazzo di quei delicatissimi fiori accompagnò, col suo profumo, la nonna che aveva aspettato la loro comparsa sui rami prima di lasciare, per sempre, la sua casa.

Quella era la vera ragione che, ogni primavera, mi portava lì: le piante della nonna; non dovevano morire, le avrei curate come aveva fatto lei fino alla fine. Così, dopo l’inverno, ritornai ancora una volta, nella vecchia casa; erano trascorsi parecchi anni dal giorno della sua morte e mi mancava, ancora, moltissimo. Dopo aver ripulito il terrazzo dalle rimanenze della potatura, mi prodigai nella cura delle piante impiegando parecchio tempo a causa di quella particolare lentezza dei movimenti che, da qualche tempo, mi stancava enormemente. In compenso dopo un paio di mesi, le piante ebbero una sorprendente ripresa. Verso la fine di giugno il gelsomino si ricoprì di fiori, ero soddisfatta e, mentre lo innaffiavo, pensavo che la nonna mi guardasse dall’alto con orgoglio. Solo allora mi resi conto che i fiori non emanavano il loro caratteristico buon profumo. Pensai che la pianta fosse vecchia, ma era una cosa assurda, una sciocchezza; subito dopo mi resi conto che, stranamente, neppure gli altri fiori diffondevano il solito buon odore, oppure, ero io a non percepire la loro fragranza.

-Curioso- dissi a me stessa e continuai il lavoro; volevo portarlo a termine prima che facesse buio.

Tornata a casa, durante la cena, chiesi al mio compagno la cortesia di fissarmi un appuntamento con qualche medico suo collega, un otorino; pensavo ad un problema nel sistema olfattivo. Egli, sembrava perplesso, ma in fin dei conti lui era neurologo e sebbene facesse il suo lavoro con grande professionalità, come avevo notato durante la malattia della nonna, ritenevo che il mio problema dovesse essere valutato da altri. Nei giorni seguenti fui travolta da un’infinità di visite ed analisi strumentali che per l’ansia e la tensione mi portavano ad avere anche un lieve tremore.

Purtroppo, qualche settimana dopo, i risultati di esami approfonditi mi diedero torto, il mio disturbo, infatti, era di tipo neurologico; il mio male, anche se solo all’inizio, era quello della nonna. Mi sentivo smarrita, disperata e, nei giorni che seguirono, fui presa dallo sconforto. Avevo sempre pensato che quel male colpisse soltanto i vecchi ed io non lo ero, inoltre, conoscevo bene i problemi derivanti da quel morbo e ne avevo paura. Pensando alla nonna, vedevo davanti a me soltanto difficoltà e sofferenze e, soprattutto, non avevo fiducia nelle cure di cui mi parlava mio marito che io consideravo rimedi apparenti, non reali e definitivi. Il suo affetto, la tenerezza con la quale cercava di infondermi fiducia non erano sufficienti ad incoraggiarmi, a spingermi a guardare avanti con ottimismo. Luglio volgeva al termine, faceva caldo ed io passavo le giornate chiusa in casa e nel mio dolore e, allo stesso tempo, mi sentivo in colpa per il mio compagno che, per non lasciarmi sola, se ne stava nel suo studio a leggere, appisolandosi per il caldo, sui libri. Così, una sera, gli proposi di fare un salto a casa della nonna per controllare le sue piante da tempo dimenticate. Non credevo ai miei occhi quando, giunta nel terrazzo, vidi che, esse, tra le foglie e i rami appassiti cercavano con difficoltà di sopravvivere, pensai di innaffiarle subito con acqua fresca. Corsi verso la vasca di pietra dove c’era il rubinetto e, di colpo, mi bloccai per lo stupore: il gelsomino era lì meravigliosamente fiorito. Pensai alla nonna e gli occhi si riempirono di lacrime; l’arboscello era andato avanti con qualche goccia d’acqua che ogni tanto veniva giù dal rubinetto difettoso. Rimasi incantata ad osservarlo, non sentivo il suo profumo, ma potevo ammirare la sua bellezza; fu allora che capii che anch’io dovevo andare avanti. Il giorno dopo avrei iniziato le cure.

4 Commenti

  1. kaipaulusk

    L’idea di raccogliere del materiale per un libro sulla malattia di Parkinson redatto dai diretti interessati nasce diversi anni prima della nostra ‘Parkinson Sassari’ ed il “Profumo di Gelsomino” era uno dei primi scritti consegnati. Allora eravamo in pochi e del libro non se ne fece nulla. Oggi sono particolarmente contento che grazie a questo sito possiamo riproporre questo delicato racconto a tutti.

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  2. liella

    Bellissimo, qualcosa che non ti aspetti, si scopre in un modo strano, i profumi, che hai sentito per tutta la vita improvvisamente scompaiono, i leggeri tremori, e la difficoltà di alcuni movimenti, poi arriva la scoperta , inizia una nuova vita, vale sempre ricominciare

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    1. kaipaulus

      L’idea di raccogliere del materiale per un libro sulla malattia di Parkinson redatto dai diretti interessati nasce diversi anni prima della nostra ‘Parkinson Sassari’ ed il “Profumo di Gelsomino” era uno dei primi scritti consegnati. Allora eravamo in pochi e del libro non se ne fece nulla. Oggi sono particolarmente contento che grazie a questo sito possiamo riproporre questo delicato racconto a tutti.

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  3. Franco Simula

    Molto bello e discreto il racconto-verità di Nicoletta. Lei conclude il suo racconto dicendo di “ammirare solo la sua bellezza (riferito al gelsomino)…perchè non riesce più a sentirne il profumo”. Il racconto è così intenso e sofferto che io son riuscito persino a…sentirne il profumo. Brava Nicoletta Franco Simula

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