Volare si Può, Sognare si Deve!

Archivio mensile: Luglio 2015

Il ragazzo di Koblenz di Kai Paulus

Panorama su Koblenz e la confluenza tra i fiumi Reno e Mosella (foto fatta da Ehrenbreitstein)

Panorama su Koblenz e la confluenza tra i fiumi Reno e Mosella (foto fatta da Ehrenbreitstein)

Mi ricordo che a casa di mia nonna c’era una armonica a bocca, di quelle grandi, tedesche, a due tonalità, con cui si suona la musica popolare. E mi ricordo anche che questo strano strumento musicale mi incuriosiva e che spesso ci soffiavo dentro cercando di fare musica ottenendo però soltanto dei suoni senza melodia. Avrò avuto otto-dieci anni. Non so che fine abbia fatta l’armonica ma la mia carriera di musicista, appena iniziata, era anche finita in quel periodo. Con il senno di poi oggi mi chiedo come mai non mi è mai più venuta l’idea di suonare l’armonica, nell’infanzia, nell’adolescenza, oppure da studente. Mi meraviglio di me stesso: in tutti questi decenni ho completamente rimosso il fascino che esercitava l’armonica su di me. Sta di fatto che non mi è più venuto in mente di suonare l’armonica, fino a quando …

Oggi sono adulto, marito, padre di due splendidi bambini; tanti impegni, volentieri leggo, gioco a scacchi, e mi aggiorno per il mio lavoro. Non rimane tempo per niente, e la sera, portati i bimbi a letto, anche noi crolliamo. Come sapete, negli ultimi anni abbiamo messo su la nostra ‘Parkinson Sassari’, e, nonostante il mio pochissimo tempo, ci tengo tantissimo e sono fiero di aver creato insieme a voi questa utilissima associazione. Ma per stare dietro alle tante attività della Parkinson Sassari, ed adesso anche al sito creato dal nostro insostituibile e geniale Gianpaolo, devo fare gli straordinari e spesso, quando sono in servizio di notte (non raccontatelo al mio direttore!), scrivo, programmo, organizzo, e riesco a fare le cose che durante il giorno non sarebbero state possibili. Per farla breve: ogni mio minuto è pianificato!

Stop! Halt! Fermi tutti!

Un giorno ci troviamo, per via della riabilitazione della nostra Parkinson Sassari, nella palestra di via Principessa Maria e sento dei suoni, stranamente molto familiari.

L’armonica!!  image

Qualcuno sta suonando l’armonica! Che bello! Ma sì, perché non ci avevo pensato. E poi, con che maestria e che apparente leggerezza sta suonando questo magnifico organetto.

Ma certo, l’armonica a bocca, l’ho sempre voluta suonare! Fantastico! Salvatore è un genio: intonando l’inno della Brigata Sassari, aiutato dalla splendida voce di Anna, fa camminare Antonio: magico! Incredibile. Che gioia vedere Salvatore che con assoluta naturalezza suona l’oggetto della mia infanzia.

Quanti ricordi. Mi ritornano in mente mia nonna, casa sua a Koblenz in Germania, i giochi con i miei fratelli, un infanzia felice. Ora tutto mi torna in mente. Non posso far a meno di avvicinarmi al musicista; mi sento come un piccolo ragazzino che si avvicina al gelataio. In modo molto tranquillo e disponibile Salvatore mi dice che non è difficile suonare l’armonica e mi suona alcuni brani. Questo mi basta, la decisione è presa.

L’indomani vado in un negozio di strumenti musicali all’emiciclo e chiedo se hanno un’armonica. A oltre 50 anni sono emozionato come un bambino. Non vi racconto tutta la scena del negozio, in cui il commerciante capisce subito che io di armoniche e di musica in generale non ne capisco nulla e con fare paterno mi illustra i vari modelli, le diverse tonalità ed il loro utilizzo. L’avrebbe potuto spiegare anche in greco, non ci avrei capito niente lo stesso. Ero ubriaco da tante nozioni, non ci capivo nulla; volevo semplicemente un’armonica. Accontentato: ecco, una “Special 20” in A; una di quelle suona anche Salvatore. Vado nei Giardini Pubblici e provo a creare qualche suono; mi sento come il bambino di Koblenz, vorrei tanto fare musica ma non ci riesco. Ma Salvatore non aveva detto che era facile? Comunque, non c’è problema, ho già un piano: andrò a vedere in Internet…

Rientrando a casa vado a prendere i bambini da scuola. Sono a piedi, loro sono abituati (male) a essere presi in macchina: In effetti si lamentano. Intuitivamente consegno loro l’armonica. Come avevo sperato le lamentele finiscono subito: loro ispezionano l’oggetto ed emettono i primi suoni. Sono come me da piccolo, che emozione. Ridono, suonano, si divertono, e fanno tutta la strada a piedi senza neanche accorgersene. Inaspettatamente, l’armonica appena acquistata ha già svolto un grande servizio.

Ed adesso? Come vi dicevo, nella mia giornata non c’è spazio per nessun altra attività, e ciò che apprendo da internet e Youtube sa proprio di continua applicazione e studio. Le cose si complicano in quanto a mia moglie, al primo udire in casa di questi nuovi suoni, vengono i capelli dritti ed interdice qualsiasi studio musicale.

Ed ora? Già, i bimbi vogliono essere presi da scuola in macchina? Bene, problema risolto: mi piazzo davanti a scuola un po’ prima della fine della lezione e mi dedico al mio nuovo studio. Semplice, no? E così ho iniziato ad imparare l’armonica.

Il ragazzo di Koblenz con la sua Special 20

Il ragazzo di Koblenz con la sua Special 20

Ad uno dei nostri consueti, bellissimi ed attesi pranzi, Salvatore, che scopro in quella occasione musicista a 360 gradi sapendo suonare anche la fisarmonica e la chitarra, intona ‘Lili Marleen’ ed io provo a stargli dietro. Impossibile. Ma l’idea mi intriga e nei mesi successivi continuo a suonare in macchina. Il mio obiettivo è di riuscire a suonare insieme a Salvatore. Diverse altre volte lo sento suonare, dopo un pranzo della nostra Parkinson Sassari, dopo le prove di teatro, dopo la ginnastica, ed io rimango sempre più affascinato.

Un giorno mi rivela, dopo che gli ho raccontato le mie difficoltà e la sensazione di non poter migliorare, che si impara molto a suonare le canzoni dei Beatles. Mi sembra un’ impresa azzardata e non ci bado. Poco dopo mi ricordo, però, di aver un CD dei Beatles da qualche parte, e nelle mie prossime “sedute” lo porto con me in macchina e, tra molte stonature, si fa largo qualche suono familiare di ‘Yesterday’ e ‘Hey Jude’.

Ora voglio stupire Salvatore: sto studiando ‘Strangers in the night’ del grande Frank Sinatra, ma non ditegli niente, deve essere una sorpresa per un nostro prossimo pranzo…

Festung Ehrenbreitstein vista da Koblenz, roccaforte più grande d'Europa

Festung Ehrenbreitstein vista da Koblenz, roccaforte più grande d’Europa

Il Divertimento come fonte di Dopamina parte IV

IL DIVERTIMENTO COME FONTE DI DOPAMINA Parte IV
Strategie di riabilitazione non convenzionale nella malattia di Parkinson
di Kai S. Paulus

Ed ecco, finalmente arrivati alla dopamina, sostanza principale del nostro discorso ed anche quella sostanza che con la sua carenza causa la malattia di Parkinson. Non vi proporrò un trattato medico sul Parkinson e sulla mancanza di quella sostanza che permette la trasmissione di informazioni neuronali nei circuiti motori del cervello. Ci sono i farmaci, c’è la riabilitazione ed il movimento in generale. Invece, pongo l’accento su un terzo aspetto che ci aiuta perché ci fa guadagnare quella sostanza, la dopamina: le emozioni.

imageUna delle funzioni principali della riabilitazione alternativa in generale, e della musicoterapia nello specifico, è la sua capacità di indurre nel cervello processi di neuroplasticità, ovvero dei meccanismi che, primo, comportano modificazioni di efficacia e di dimensione delle sinapsi [i punti di connessione e di comunicazione tra le cellule nervose], secondo, stimolano la crescita di nuove sinapsi e dendriti [prolungamenti delle cellule nervose con cui trasportano l’informazione e la trasmettono ad altre cellule nervose], terzo, aumentano la densità della sostanza grigia[il sistema nervoso si distingue in sostanza bianca, composta da fibre lunghe cioè prolungamenti nervosi lunghi, e sostanza grigia, cioè nuclei cellulari, i loro prolungamenti nervosi corti, e l’insieme di capillari sanguigni e cellule di sostegno, incrementando quindi non solo il tessuto nervoso ma anche la rete di capillari e le componenti della glia [cellule di sostegno], e quarto, riducono i processi di apoptosi, cioè di morte cellulare (Altenmueller, 2015). Cioè, neuroplasticità vuol dire crescita cellulare e processi di riparazione all’interno del nostro cervello.
A questo riguardo non importa che tipo di musica viene scelta ma fondamentale è che la musica sia quella favorita (Gerdner, 2012). Il neuroscienziato tedesco Eckhard Altenmueller ha osservato a questo proposito che il semplice ascolto della musica preferita, in seguito ad un ictus cerebrale oppure da parte di persone affette da demenza, può avere un effetto antidepressivo con la possibilità di migliorare le funzioni cognitive, la memoria, la vigilanza ed in genere la sensazione di benessere (Altenmueller, 2015). E’ importante precisare che questi quattro principi fondamentali della neuroplasticità non vengono, ed attualmente non possono essere, indotti da farmaci, ma dalla corretta sintonia e positività del pensiero mentale, cioè del giusto atteggiamento nei confronti dell’ambiente e della persona.
La musica, il teatro, il divertimento, veicolano emozioni, e le emozioni sono in grado di attivare il sistema dopaminergico mesolimbico [oltre al sistema striatale dei nuclei della base responsabile del movimento, esiste quello limbico, cioè emotivo; ma entrambi i sistemi utilizzano la stessa dopamina come neurotrasmettitore, cioè sostanza che trasmette l’informazione da un neurone al prossimo]; un elevato tono dopaminergico favorisce l’apprendimento e l’attenzione, i processi di gratificazione [tutti noi conosciamo la sensazione di benessere dopo aver fatto qualcosa di buono: ora sappiamo che questa sensazione ci viene data dalla dopamina], ma d’altra parte, i comportamenti incontrollati mirati al aumento del tono dopaminergico possono indurre alla dipendenza [non riuscire ad accontentarsi mai, cercare sempre di più]. Le emozioni, quindi, posseggono un enorme potenziale di modulazione sulle attività cerebrali. Per tornare al Parkinson, Salimpoor e colleghi (2011) hanno potuto dimostrare un aumento di dopamina in seguito all’intenso piacere provocato dall’ascolto della musica proprio nel sistema striatale. Pare, pertanto, che proprio questi meccanismi stiano alla base del miglioramento dei pazienti parkinsoniani che seguono i diversi laboratori della riabilitazione complementare.
Le terapie non convenzionali non sostituiscono né i farmaci, né la riabilitazione neuromotoria, ma possono contribuire a migliorare globalmente le condizioni di salute del paziente e possono aumentare la sua qualità di vita; il ballo, il teatro, o anche le antiche arti marziali orientali, quali il tai chi, possono consolidare il beneficio ottenuto dalle terapie tradizionali, e, tenendo l’ammalato attivo, possono aiutare a rallentare il decorso della patologia degenerativa. Il tutto divertendosi, ed ad un costo sanitario irrisorio paragonato alle cifre riportate da Kowal e colleghi (Mov Disord, 2013) dove si calcolano circa 23000 dollari di spesa sanitaria media annuale per persona affetta da malattia di Parkinson. In Italia attualmente ci sono circa 250000 parkinsoniani… Numeri che sono destinati ad aumentare nei prossimi decenni.
Meglio ballare.

Qui finisce l’articolo ma forse sta appena iniziando la discussione. Pensate al potenziale delle terapie alternative, il loro enorme beneficio, il loro costo irrisorio. Penso che noi, la nostra Parkinson Sassari, possiamo fare molto nei prossimi anni per dimostrare innanzitutto a noi stessi che queste tecniche di riabilitazione insieme al corretto atteggiamento possono funzionare per gestire meglio il Parkinson. Tenete presente che ci sono tante patologie neurologiche croniche ma tra quelle il Parkinson è molto particolare e si distingue proprio per questa caratteristica che la causa della malattia, cioè la mancanza di dopamina, può essere parzialmente colmata con le attività, il comportamento, ed il giusto atteggiamento di ognuno. In termini semplici si può affermare che il Parkinson viene gestito per un terzo dai farmaci, per un terzo dal movimento, dalla vita attiva e riabilitazione, e per un terzo dalle emozioni. Pensateci. Buona estate e ci rivedremo a settembre per divertirci insieme con la ginnastica di gruppo, il teatro e la musicoterapia.

Una giornata speciale di Salvatore Faedda

Non sembra vero…alla fine della rappresentazione della commedia “Giulietta e Romeo 40 anni dopo”, oltre ai tanti applausi, abbiamo ricevuto tante pacche sulle spalle che la dicono lunga sulla nostra performance.

Ho cercato di analizzare questa nostra esperienza ed ho convenuto che nonostante le tante assenze durante le prove, siamo riusciti a tappare le falle che si aprivano inesorabilmente in funzione di queste assenze.

Proprio il giorno della rappresentazione, infatti, ho notato diversi amici parkinsoniani salire e scendere dal palco con le paure e le incertezze di chi non si sente sicuro della parte affidatagli.

Ma noi che siamo battaglieri e ci piace il sodalizio che si è creato, abbiamo in mente di recitare altre commedie con la promessa di rispettare i vari appuntamenti…per le prove!!!

Vorrei parlarvi dell’arrostita del 27 giugno ma, dopo aver mangiato tanto, l’unica cosa che mi viene spontaneo dire è…speriamo di poterne fare ancora per stare in compagnia che, a mio avviso, è la terapia migliore per la nostra patologia.

Di tutto questo mi sembra giusto ringraziare la nostra associazione, che tanto ci ha dato e tanto ci darà, alla ripresa delle attività già programmate.

Auguro a tutti una buona estate
Salvatore Faedda

La notti di Fribàgiu di lu ’56 – La notte di Febbraio del ’56 di Salvatore Faedda


A li sei di sera ha fattu una bedda grandinada
e lu freddu è subidu aumintadu
e gandu ha ischurigadu abemmu fattu un beddu fogu
chi ha duradu finza a manzaniri.

La notti pogu aggiu drummidu
acchì dugna tantu dazia un'ucciada a lu baschoni
pa' vidè si era bianca la carrera
ma daboi lu sonnu mi l'ha fatta.

A li setti mi soggu isciddaddu
e tuttu gantu era tintu di biancu,
d'ischattu mi ni soggu pisaddu
e tutta la famiglia aggiu iscidaddu.

Pa l'alligria no appuntaba in logu
acchì l'ischori erani tutti sarraddi. Chi beddu!
In Postha Sant'Antoni semmu andadi
pa liscigà cu li botti infundadi.

A mezzudì abemmu magnadu
e prima chi la nebi s'isciuglia
abemmu continuadu a liscigà
cu ri pantaroni infusi e zappuraddi.

Appena ischurigaddu
semmu turraddi a casa triccia triccia
zi semmu posthi coscia a fogu pa' schaldizzi,
e no cuschazzi azzuddidi e mosthi di freddu

Ma chistha dì passadda in cumpagnia
è sthada la più bedda di la me pizzinnia
acchì tutti a manu tenta i la carrera
abemu liscigadu da manzanu a sera
Salvatore Faedda
Alle sei di sera ha fatto una bella grandinata
ed il freddo è subito aumentato
all'imbrunire abbiamo fatto un bel fuoco
che è durato fino al mattino.

Quella notte poco ho riposato
perché ogni tanto guardavo fuori dal balcone
per vedere se la strada era bianca
ma, alla fine, il sonno ha preso il sopravvento.

Alle sette mi sono svegliato
e fuori era tutto colorato di bianco,
di corsa mi sono alzato
ed ho svegliato tutta la famiglia.

Per la contentezza non riuscivo a star fermo
perché le scuole erano chiuse. Che bello!!!
In porta S. Antonio siamo andati
per scivolare sulla neve con le scarpe sfondate.

A mezzogiorno abbiamo pranzato
e prima che la neve si sciogliesse
abbiamo continuato a scivolare
con i pantaloni bagnati e rattoppati.

Poi a tarda sera
a casa siamo rientrati...tutti bagnati
davanti al braciere ci siamo seduti,
per non coricarci con i brividi e morti di freddo

Ma questo giorno trascorso in compagnia
è stato il più bel giorno della mia infanzia
perché tutti, con la mano nella mano,
abbiamo scivolato da mattina fino a sera
Salvatore Faedda

 

Il Divertimento come fonte di Dopamina parte III

IL DIVERTIMENTO COME FONTE DI DOPAMINA Parte III

Strategie di riabilitazione non convenzionale nella malattia di Parkinson

di Kai S. Paulus

 

Ed ora tenetevi forte, perché adesso vengono svelati alcuni segreti di ciò che veramente avviene nel cervello durante le attività creative, ed in particolare, si cerca di spiegare come fa esattamente la musica, il suono, a modificare i nostri schemi motori ed a raggiungere addirittura il muscolo. Volutamente ho lasciato i riferimenti di autori e soprattutto le indicazioni degli anni per dare un’idea di quanto sono recenti, e tutt’ora in corso, le ricerche in questo campo. Insomma, stiamo per iniziare un affascinante viaggio verso i confini dell’attuale ricerca scientifica; allacciate le cinture di sicurezza!

Tra i trattamenti riabilitativi non convenzionali per la malattia di Parkinson la musicoterapia è sicuramente la più completa, quella che unisce alla musica le varie strategie, sia motorie che sociali, aggiungendo emozioni e divertimento. Un elemento basale della musica è rappresentato dal ritmo e già da molto tempo è riconosciuto l’utilizzo del ritmo nella rieducazione del passo nel Parkinson. In un studio recente, Skodda e colleghi (2010) hanno sottolineato la presenza nel parkinsoniano di un deficit della locomozione coordinata e ritmica. Nel 1996, con Lee e collaboratori, prende forma il concetto di terapia ritmica. Si scopre che l’aiuto uditivo ritmico può influenzare il sistema motorio (Large et al., 2008) e che il ritmo può facilitare il movimento essendo in grado di sincronizzare il tempismo dell’attivazione muscolare con la struttura temporale del ritmo, cioè della frequenza della battuta; questa facilitazione può essere spiegata con le connessioni neurali esistenti tra i sistemi uditivo e motorio (Konoike, 2012). Inoltre, recenti studi hanno potuto scoprire che i suoni esercitano la loro influenza sui sistemi motori tramite connessioni reticolo spinali [vie nervoso che mettono in contatto la formazione reticolare, arcaica formazione nervosa situata nella parte più antica del cervello e che gestisce bisogni essenziali, con il midollo spinale dove passano le fibre nervose motorie che alla fine comandano i muscoli], con i quali riescono a produrre ed a modulare il timing dei neuroni motori spinali (Seger et al., 2013). Si è inoltre riusciti ad evidenziare che i nuclei della base [il ‘centro del movimento’ che si ammala nel Parkinson], ed in particolare il putamen [struttura dei nuclei della base deputata alle funzioni motorie propriamente dette], sono coinvolti nel sequenziare gli eventi ritmici (Grahn e Rowe, 2009). In seguito a queste ricerche era ovvio che la stimolazione uditiva ritmica fosse stata riconosciuta come lo standard nella riabilitazione motoria nella malattia di Parkinson (Archibald et al., 2013), però recentemente si è osservato che gli effetti positivi della stimolazione ritmica sugli schemi motori nel Parkinson sono di breve durata (Nombela et al., 2013). Per ovviare al problema e per riuscire a rendere l’effetto della terapia più duraturo e persistente ci si è convinti che non basta un elemento della musica, il ritmo, ma che è necessario l’utilizzo della musica nel suo insieme. La musicoterapia grazie alla melodia trasmette emozioni che servono per rinforzare i circuiti attivati. La musicoterapia include cantare, ballare, ed ascoltare musica. Secondo la Associazione Americana di Musicoterapia (American Association of Music therapy), la musicoterapia rappresenta una professione sanitaria affermata nella quale la musica è usata nel rapporto terapeutico indirizzato ai bisogni fisici, emotivi, cognitivi e sociali (2015). Tramite il coinvolgimento musicale nel contesto terapeutico vengono rafforzate le abilità del paziente e trasferite su altre aree della sua vita. La musicoterapia supera barriere e fornisce nuove possibilità di comunicazione che possono essere utili per coloro che trovano difficoltà nell’esprimersi con parole. La musicoterapia può essere efficace in molti campi, sia nella riabilitazione fisica per facilitare il movimento, per migliorare la motivazione delle persone alla riabilitazione, per fornire un supporto emotivo a pazienti e familiari, e per creare un canale d’uscita per l’espressione di sentimenti.

Nella prossima ed ultima parte entrerà finalmente in scena la dopamina, quella sostanza che viene a mancare nel Parkinson, e capiremo quindi perché le attività creative, la musica, il ballo, il teatro, ed il divertimento, possono effettivamente migliorare il quadro clinico della persona affetta da malattia di Parkinson.

COSE CHE CAPITANO (1) (L’esame per apprendista) di S. Faedda

Tanto tempo fa, quando già ero formato come operaio presso la falegnameria dove lavoravo, l’Inapli di Sassari aveva messo a disposizione un posto di lavoro che richiedeva abilità nell’insegnamento manuale agli apprendisti.

Pensando di avere quei requisiti feci la domanda e, dopo un mese circa, tramite il mio datore di lavoro, mi comunicarono il giorno e l’ora stabilita per il colloquio.

L’esame consisteva nel costruire un cassetto a misura con una tolleranza di circa tre millimetri.

Nell’arco della mia attività lavorativa di cassetti ne avevo fatto a decine per cui, ben sapendo che le giunture andavano fatte a coda di rondine, mi diedi da fare mettendoci tutto il mio impegno.

Terminato quel manufatto, la giuria mi fece i complimenti per il poco tempo impiegato e per la precisione concludendo che, a breve, mi avrebbero fatto conoscere il risultato della prova.

Nel giro di una settimana mi richiamarono, perché avevo superato la prova pratica e, in quella occasione, mi dissero che avrei dovuto sottopormi ad un’altra di cultura generale.

Davanti ad una commissione composta da tre “esperti” mi venne chiesto dove era nato Giuseppe Garibaldi: “a casa sua credo…fu la mia risposta”. Poi un po’ sbalordito per una simile domanda chiesi a mia volta: “ma a voi cosa serve? Un falegname che sappia lavorare o uno che conosca dove è nato Garibaldi?”
Allora uno dei tre esaminatori, con voce pacata rispose: “noi dobbiamo formare in maniera corretta gli apprendisti che ci vengono affidati”.
Sopraffatto dalla delusione, prima d’andar via chiesi: “e voi sapete dirmi perché la statua di Mazzini si trova all’emiciclo Garibaldi?”. Silenzio assoluto.

Andai via sbattendo la porta con la certezza che avrei continuato a svolgere la mia attività lavorativa presso la falegnameria dove ho sempre lavorato…perché così era scritto da qualche parte.

Salvatore Faedda

COSE CHE CAPITANO (2) (La mangiata degli gnocchi) di S. Faedda

Mancavano circa due mesi al nostro matrimonio quindi, per quell’anno, non avremo potuto fare il campeggio come di consueto. I nostri amici, invece, che non avevano il nostro impegno, lo organizzarono e ci invitarono a trascorrere qualche fine settimana prima del grande evento.
Per noi quella soluzione andava più che bene perciò, una domenica mattina, carichiamo la nostra 500 di frutta e verdura (giusto per non andare a mani vuote) e arriviamo a Vignola verso le 11:00. A quell’ora e con 40 gradi all’ombra, tutti i nostri amici sono già in spiaggia; ci liberiamo dei nostri indumenti e, in costume da bagno, li raggiungiamo immediatamente.
Io, che sono dotato di una sensibilità straordinaria, mi sono subito reso conto che la nostra presenza non era particolarmente gradita e, durante il bagno, ne ho parlato con la mia “quasi moglie” che, come me, aveva avvertito un certo disagio.
Dopo aver preso un po’ di sole e asciugato i costumi, risaliamo nell’accampamento dei nostri amici con la segreta speranza che le sensazioni avvertite fossero soltanto sensazioni e con la certezza di poter piazzare la nostra tenda per trascorrere con loro il fine settimana.
Mentre aspettiamo un invito, o meglio un’indicazione dove montare la tenda, un rimbalzare di domande del tipo: “quanti siamo oggi a tavola? Quanti piatti dobbiamo mettere? Quante sedie occorrono?” ci danno la convinzione che le nostre sensazioni non erano infondate e che forse era il caso di prendere bagagli e bagaglini e fare rientro a casa.
D’accordo con Anna ci vestiamo e, nel momento di congedarci, qualcuno dice timidamente: “perché non restate qui a pranzo?” Ma, ormai, il gelo aveva preso il sopravvento e senza tanti ripensamenti, ci scusiamo dicendo che altri impegni ci attendevano.
Subito mi rimpossesso della mia fisarmonica, che avevo dato loro in custodia in previsione di un nostro week end, e ci rimettiamo in viaggio alla volta di Sassari.
Dopo un paio d’ore circa arriviamo a destinazione, accompagno Anna a casa sua ed io faccio rientro alla mia. Ed ecco che succede questo: a casa non c’era nessuno perché i miei genitori erano andati in campagna, in cucina trovo sulla tavola ciò che mia madre aveva lasciato per la cena di mio padre (gnocchi, carne e tanto altro). A casa mia era risaputo che non ho e non avrei mai mangiato pasta avanzata o riscaldata ma, a quell’ora e con lo stomaco in subbuglio, senza tanti ripensamenti mi butto a capofitto su quelle pietanze.
Al rientro dalla campagna mia madre comincia ad indagare con i miei fratelli per sapere chi aveva divorato la cena, escludendo me perché ero refrattario ai cibi avanzati.
I miei fratelli si sono sempre accusati a vicenda, senza mai scoprire la verità…cose che capitano!!!!

Salvatore Faedda

Così è la vita di Nicoletta Onida

Da bambina abitavo al primo piano di un palazzo di periferia, un edificio quadrato, solido, senza ascensore, ma con scale larghe, luminose che univano i quattro piani su cui si affacciavano gli appartamenti. Vivevano lì giovani famiglie d’impiegati, insegnanti, piccoli commercianti che, pur conoscendo la vita di chi stava nella porta accanto, si limitavano ad avere, coi vicini di casa, rapporti formali.  Per i bambini era diverso. Di pomeriggio, quando il tempo lo permetteva, si ritrovavano nel cortile interno del palazzo o sul marciapiedi di fronte, dove maschi e femmine giocando separatamente, ravvivavano la monotonia della strada. La prima amicizia della mia vita nacque proprio allora; una compagna di scuola  venne ad abitare all’ultimo piano del palazzo e, in poco tempo, diventammo inseparabili. Andavamo insieme a scuola e, spesso, per vincere l’ansia delle interrogazioni, strada facendo, ci ripetevamo i versi della poesia studiata a memoria o l’ultimo capitolo di storia assegnato. Talvolta imitando la voce stridula della maestra, ridevamo a crepapelle. Le nostre giornate erano fatte di giochi sfrenati, di allegria, di ingenua complicità a scuola e di solidale affiatamento nei giochi di gruppo. Litigavamo e facevamo pace continuamente, ma con la spensieratezza della nostra età, pensavamo al divertimento senza porci domande sul futuro.

L’adolescenza portò i primi  dubbi, le insicurezze, ma anche sogni e speranze. Avevamo lasciato la vecchia casa per una più comoda e nuova; frequentavo la scuola media, avevo nuovi compagni ed insegnanti più severi. Su quei banchi nacquero, presto, nuove amicizie con cui imparai a condividere le esperienze della crescita e, in seguito, a compiere i primi passi verso l’ indipendenza. Ricordo ancora le irrefrenabili risate, le telefonate senza fine, le confessioni di piccoli segreti, ma anche le delusioni. Pian piano  mi resi conto che la vera amicizia è quella che non t’inganna, quella che ti sostiene e ti assicura la confidenza che, ad un certo punto, non  si può più avere con i genitori. E’ quella a cui ricorri per avere un suggerimento o il consiglio giusto nei momenti di sconforto e che ti aiuta a migliorare.  L’amicizia vera non si perde di vista e se gli impegni di lavoro, i doveri familiari, talvolta, ne affievoliscono il rapporto, è confortante pensare che puoi sempre contare  sul suo sostegno. Comunque la si voglia considerare, essa è indispensabile per ognuno di noi.

Giunta all’età adulta iniziò una nuova fase della vita; i giochi, le corse sfrenate, le arrampicate sugli alberi di periferia erano lontane, ma ne serbavo ancora un ricordo piacevole; ero una donna serena. Poi un giorno arrivò l’estratto conto della vita; c’era qualcosa che non andava nella mia salute e, come tanti altri, mi affidai ad un esperto, uno specialista. Fra gli altri rimedi mi consigliò un corso di fisioterapia, dove conobbi persone nuove con problemi più o meno gravi  che, come me, lottavano per non lasciarsi abbattere. Lo sconcerto iniziale venne vinto dalla solidarietà, dalla comprensione per quella insicurezza e fragilità  che anch’io sentivo ma, nonostante ciò, persisteva una certa difficoltà ad inserirmi, appieno, nel gruppo. Un pomeriggio in palestra una compagna del corso di fisioterapia, sedendomi accanto, mi sorrise e, pian piano, mi aprì il suo cuore senza vergogna. Provai subito un inspiegabile simpatia, un’emozione fatta di affabilità, tenerezza che ben conoscevo. Ci incontrammo ancora , poi, un giorno al pranzo di fine corso, le parlai di me. Quello che ci accomunava non era la sofferenza della malattia, era un dolore diverso, un dolore più intenso che non si cura con i farmaci perché sta in fondo al cuore. Dopo avermi ascoltata mi disse: – Non ci sono scappatoie, uscite d’emergenza, per sfuggire a quel tipo di dolore, bisogna andare avanti  senza paura. Fermarsi è inutile, perché, così è la vita. – Non era una frase studiata a memoria per interpretare una parte; lei, attrice esordiente, quel giorno non interpretava un ruolo. Prima di andar via ci abbracciammo; avevo trovato una nuova amica.

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